E i nostri sguardi, leggeri come foto_Marco Bucchieri_ a cura di Carlo Branzaglia_inaugurazione martedì 20 agosto_fino a domenica 8 settembre

La ipertrofica produzione di immagini, e, di converso, la rapidità della loro fruizione, non è di per sé fenomeno da bollarsi con apocalittico sdegno, naturale conseguenza come è di una economia culturale pluricentenaria. Piuttosto, esso ha trasformato le dinamiche di attribuzione di senso, spostandole, polverizzandole, nebulizzandole; pur sempre sotto l’egida di una tranquillizzante (quanto fallace) attribuzione perentoria di significato.

La fenomenologia ci aiuta, a ricostruire strutture di significazione nascoste. Ma è una fenomenologia per certi versi casuale: non ci sono declinazioni, ma diffrazioni di senso, sparpagliate in un universo mediale, all’interno delle quali è difficile cogliere nessi probanti.

Quello che sta facendo Marco Bucchieri è proprio questo: ripercorrere questi nessi, mettendo insieme elementi colti in maniera quasi casuale, registrati o ricostruiti con curiosità e stupore, come se si trattasse di situazioni fortuite o ricostruite con una artigianalità certosina e ostinata, che non ama però fissarsi obiettivi predestinati a priori.

Marco lo sta facendo da diverso tempo, mi sembra: magari sotto le mentite spoglie della serialità di stanze d’albergo abbandonate; nel contrasto di un grattacielo su un golfo; nella virulenza cromatica di sfondi che schiacciano i loro soggetti. Per citare qualche serie passata.

Le serie di questa mostra, nella loro differenza percettiva, ripercorrono l’impigliarsi dello sguardo di Marco: in Audience, il trovarsi all’interno di una scena, soggetto fotografico involontario e casuale, porta per contraltare a scorgere nei volti dei ‘fotografi’ , scolpiti in un bianco e nero solo apparentemente anonimo, le vibrazioni di iconografie estratte dalla tradizione delle arti plastiche occidentali.

Le grandi immagini, a colori, sono figlie di un processo apparentemente senza fondo, a partire da figure completamente decontestualizzate dal loro referente. Qui però Marco gioca con la struttura dell’immagine: su di essa il suo sguardo si impiglia, di nuovo, in una serie di riferimenti, ancora apparentemente casuali, con i protagonisti dell’arte contemporanea.

Sono leggere, le foto, prime testimoni della riproducibilità dell’immagine. Sono leggeri, gli sguardi, abituati a percorrere le affollatissime praterie mediali. Ma sotto questa leggerezza, si nascondono filamenti di senso che si colgono solo col gusto dell’ossimoro, della contraddizione in termini, del trucco (inteso anche come trick, ovvero prova di abilità performativa). Mettendo anche da parte la presunzione di potere, come autore, donare il senso a ciò che si propone; anzi, mettendosi dall’altra parte dell’immagine, o nascondendosi gli orizzonti dietro una leggera cortina di veli.

Carlo Branzaglia

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